LA LEGGE DEL PIU’ FORTE

Digressione

Ci sono voluti tra i 60 e i 70 milioni di morti della seconda guerra mondiale, i 16 milioni di morti della prima guerra mondiale, il ben più alto numero di feriti nonchè le relative raccapriccianti/criminali atrocità (peraltro ampiamente dimostrate/documentate) per indurre svariati Stati del mondo a costituire, tramite specifici trattati, degli organismi internazionali per perseguire scopi comuni fra cui, per alcuni (che sono quelli che ci interessano nel caso specifico), il mantenimento della pace fra i popoli, la sicurezza, la tutela dei diritti umani. Da qui la  nascita del termine multilateralismo inteso come “metodo di cooperazione internazionale basato su norme condivise, accordi e azioni coordinate tra molteplici Stati, finalizzato a risolvere problemi globali comuni, promuovere il commercio e mantenere la pace”.

Oggi, alla luce degli accadimenti di questi ultimi anni (e ancor di più di questi ultimi mesi), sembra rilevare che detti trattati siano divenuti non dico carta straccia ma quasi.

Ritengo ridondante, ergo inutile, elencare qui tutti gli eventi che evidenziano, oramai inequivocabilmente, questo stato di cose, vale a dire una situazione in cui la “forza del diritto” viene sempre più sostituita dal “diritto della forza” nel senso che, in barba agli accordi internazionali, chi è più forte può permettersi di intraprendere qualsivoglia azione, anche la più spaventosamente cruenta, se è in condizioni di imporla con la forza.

A ben vedere, non è che tali organismi siano sempre riusciti a perseguire efficacemente gli obiettivi per cui erano stati costituiti. Anzi. Non di rado hanno mostrato, sotto tale profilo, notevoli limiti tanto da attirare forti critiche da parte di vari osservatori quaificati. Comunque sia, almeno formalmente, hanno mantenuto le prerogative loro attribuite, appunto, dal diritto internazionale.

Una dicotomia che, a lungo andare, può anche indurre alcuni pacifisti, diciamo, intransigenti, ad un ripensamento delle loro opinioni al riguardo. Mi spiego meglio: siccome l’umanità comprende, come ci insegna la storia, anche persone capaci di intraprendere azioni di inaudita malvagità, alla luce di quanto or ora specificato, per un pacifista “a tutto tondo” come il sottoscritto, sovviene un’affliggente dilemma (che, peraltro, è emerso oggi con tutta la sua prepotenza): meglio continuare a mantenere una posizione netta contro la guerra e, quindi, in ogni caso, parteggiare per le “vie diplomatiche”, oppure puntare sulla deterrenza e quindi armarsi ed allearsi in maniera tale da mostrare al mondo le nostre temibili capacità militari (sotto il profilo geopolitico il contesto di riferimento è l’Unione Europea)?

In altri termini, per perseguire la pace occorre rifiutare, sempre e comunque, i conflitti armati o, invece, proprio a tale fine, risulta necessario preparasi a fare la guerra  dimostrando in questo modo di essere una potenza militare?

Fino a ieri, malgrado tutto, rimanevo assolutamente contrario alla corsa agli armamenti e, di converso, favorevole, sempre e comunque, alla via diplomatica della risoluzione dei conflitti.

Oggi, alla luce degli accadimenti degli ultimi mesi, le mie “certezze” vacillano fin quasi a prendere in considerazione l’idea che per perseguire la pace occorra fare il necessario (sia in termini di alleanze, sia in termini di dotazione) per  irrobustire le nostre capacità militari, intese in senso lato.

Oltretutto, oggi più che mai, abbiamo potuto assistere “in diretta” alle barbarie della guerra. Barbarie che sembrano non interessare più di tanto i grandi del pianeta che pare considerino i soldati (ma anche i civili) delle mere pedine da muovere a piacimento in una sorta di “gioco della guerra”.

Passando ai desideri assolutamente utopistici vorrei tanto che venisse introdotta una legge “universale” che disponesse, in caso di guerra, di una sorta di obbligo di inviare  in prima linea innanzitutto i generali, poi i colonnelli e via dicendo. Ho la netta convinzione che così facendo verrebbe dato un forte contributo alla riduzione dei conflitti.

Mi scuseranno i miei quattro followers e gli altri quattro lettori “normali” per questo sterile sfogo. Ma questo è un diario. Ed io ho avvertito l’impellente necessità di “cristallizzare” in qualche modo, sia uno stato d’animo, sia un sogno destinato purtroppo a rimanere tale.